Due parole sull’Open Access

Questo non è esattamente un articolo introduttivo all’Open Access – se vi serve un’introduzione è meglio che vi leggiate  “Che cosè l’Open Access” di Andrea. Qui volevo fare alcune considerazioni sui modelli esistenti di OA.

Esistono tanti “tipi” diversi di Open Access, che sono codificati con vari colori, quelli più diffusi sono:

  • Gold OA: la rivista stessa è open access, ovvero
    • pubblica gli articoli ad accesso gratuito
    • gli articoli sono tipicamente rilasciati con una licenza libera[1]Alcune riviste sono Open Access, ma permettono all’autore di usare licenze non libere come per esempio la Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate (CC … Continue reading – cioè una licenza che permette copia, modifica, redistribuzione dell’opera, l’analogo delle 4 libertà del software libero – tipicamente una Creative Commons Attribuzione (CC-BY) o Creative Commons Attribuzione, Condividi allo stesso modo (CC BY-SA).
  • Green OA:  anche detto self-archiving, l’articolo viene pubblicato su una rivista chiusa, ma viene reso disponibile tramite il sito dell’autore o un repository istituzionale, quindi:
    • per accedere all’articolo su rivista bisogna pagare
    • una versione precedente dell’articolo è disponibile online (sito dell’autore o repository)
    • gli articoli non sono rilasciati una licenza libera, sono coperti da copyright “Tutti i diritti riservati”

Con il green OA dunque l’articolo è de facto disponibile gratuitamente anche se la rivista è chiusa. Il self-archiving è in alcuni casi esplicitamente permesso ed in altro più o meno tollerato da tutti i publisher – anche per riviste chiuse – per il semplice fatto che per prassi i ricercatori sono più che felici di condividere i propri lavori e ci vuole abbastanza coraggio per andare a minacciare un accademico di fargli causa perché ha messo una copia dei propri articoli sul proprio sito[2]A volte i ricercatori diffondono i propri articoli con siti come ResearchGate, in questi casi al momento del caricamente dell’articolo appare l’avviso che l’autore si prende la responsabilità … Continue reading.

In punta di diritto, però, gli editori hanno il coltello dalla parte del manico. A volte, per essere un po’ più sicuri, quando si fa self-archiving si pubblica una versione che usa un template diverso – dato che il template del documento potrebbe essere protetto anch’esso dal copyright dell’editore. Se si vuole essere ancora più sicuri, si posta una versione dell’articolo che sia leggermente diversa anche nel contenuto, per esempio la versione preprint, quella precedente alla peer-review.

Una variante del green OA è quella di usare un archivio di preprint (come ArXiv), per il quale valgono le stesse considerazioni di cui sopra.

Siti come Sherpa Romeo analizzano le policy open access di moltissime riviste per aiutare gli autori a districarsi in questa materia complessa.

Ma chi paga?

Nelle riviste chiuse – che è il modello tradizionale – non ci sono costi per pubblicare perché il pagamento deriva dalla vendita degli articoli singoli o degli abbonamenti (o pacchetti di abbonamenti alle università). Per le riviste OA l’accesso è gratuito, quindi hanno bisogno di altri modelli per guadagnare o, per lo meno, coprire i costi.

Una di queste soluzioni è stata l’introduzione di tariffe per la pubblicazione (“publishing fees”), a volte detti APC (“Article Processing Charges”).

Alcune riviste OA serie permettono agli autori di chiedere un abbuono di queste tariffe, ovvero di poter pubblicare senza costi. In pratica, la procedura per ottenere un waiver delle APC è analoga alla richiesta di un grant, per cui viene concessa solo in condizioni particolari in cui si può ragionevolmente dimostrare di non avere le risorse per pagare. Quindi è difficile farlo quando si è affiliati a un’università europea, per ovvi motivi.

La risposta degli editori

In questo contesto, i grandi editori (Reed Elsevier, Springer, etc) hanno adottato due strategie:

  1. Per anni si sono strenuamente opposti all’idea dell’Open Access; che a loro dire avrebbe causato la loro morte, la conseguente impossibilità di distribuire e fare leggere articoli scientifici e in ultima istanza la morte della Scienza stessa.
  2. Successivamente hanno pensato di saturare il mercato, mettendosi a pubblicare loro stessi riviste Gold OA con APC esorbitanti. In questo modo potevano contemporaneamente: fare i paladini dell’OA, eliminare la concorrenza e mantenere il mercato saldamente sotto controllo senza rinunciare ai profitti. In sostanza questa strategia è stata una variazione dell’Embrace, extend, extinguish , applicata magistralmente da Microsoft per decenni. Se non puoi sconfiggerlo, prendi quel modello, fallo diventare tuo e piegalo ai tuoi scopi.

Un’ulteriore critica verso il modello Gold OA è che crea un incentivo per la rivista ad accettare gli articoli e quindi – in prospettiva – potrebbe portare a un abbassamento della qualità. L’argine verso questa argomentazione ovviamente non è nient’altro che la reputazione della rivista stessa.

D’altro canto, il meccanismo delle “vanity publication” – cioè riviste che pubblicano qualsiasi cosa per intascarsi i fee, praticamente offrendo una sorta di autopubblicazione – esiste anche da prima dell’avvento dell’OA. C’è chi – come Jeffrey Beall – per anni ha mantenuto delle liste di riviste open-access predatorie che si spacciavano per riviste serie e peer-reviewed, ma erano di fatto dei modi per prendersi i soldi. Ancora oggi si trovano online gruppi che mantengono liste simili[3]Come per esempio: https://predatoryjournals.com/  o https://beallslist.net/ .

In definitiva, i problemi legati al modello del Gold OA hanno fatto in modo che tutto il movimento Open Access adesso abbia un po’ virato in favore di un sostegno più esplicito al self-archiving e all’utilizzo di archivi di pre-print.

Poi c’è chi propone altre strade un po’ più combattive, con un approccio che è stato denominato Black OA: gli articoli sono open perché “piratati”[4]Termine che ovviamente ha il suo bagaglio semantico: «Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere … Continue reading. È ovvio che la nascita di siti come Sci-Hub sia stata la risposta concreta a un evidente bisogno di accesso.  Gli attivisti OA tendono a prendere le distanze da questo tipo di “soluzione”, ma non è detto che questa attitudine non cambi con il tempo.


L’immagine in testata è 営業中(We’re Open) di halfrain rilasciata con una licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo (CC BY-SA) 2.0 via Flickr.

 

References

1 Alcune riviste sono Open Access, ma permettono all’autore di usare licenze non libere come per esempio la Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate (CC BY-NC-ND).
2 A volte i ricercatori diffondono i propri articoli con siti come ResearchGate, in questi casi al momento del caricamente dell’articolo appare l’avviso che l’autore si prende la responsabilità del caricamento e garantisce di avere i diritti per farlo. Una soluzione che di fatto è una foglia di fico al problema del copyright.
3 Come per esempio: https://predatoryjournals.com/  o https://beallslist.net/
4 Termine che ovviamente ha il suo bagaglio semantico:
«Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.» Open Access Guerrilla Manifesto

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